| FRA CLAUDIO GRANZOTTO nacque il 23 agosto 1900 a S. Lucia di Piave, in provincia di Treviso, da Antonio Granzotto e Giovanna Scottò, ultimo di sette fratelli. Il 2 settembre venne battezzato coi nomi Riccardo Vittorio. Trascorse l’infanzia in famiglia e frequentò poi le prime due classi elementari. Il 4 gennaio 1910 gli morì il padre all'età di 65 anni. Nell'ottobre dello stesso anno ricevette la Prima Comunione e frequentò la terza elementare che abbandonò però dopo qualche mese. Successivamente tentò il mestiere di calzolaio, ma anche qui si stancò dopo qualche tempo. All'età di 13 anni fu mandato come garzone nella falegnameria di un cognato a Brusegana, dove preferiva però gioco al lavoro. Dopo un anno si licenziò e passò come tutto-fare alle dipendenze del fratello Giacinto Giovanni che gestiva una piccola impresa edile: inoltre, quando era libero, passava qualche ora a lavorare nella bottega d'un calzolaio. Nel lavoro come muratore dimostrò invece esattezza ed impegno esemplare. «Aveva occhio per il mestiere da farsi ». Infatti di fronte alle difficoltà che si incontravano in arte muraria, lui trovava sempre il modo di superarle, salvando le regole di sicurezza e trovando la strada per una maggior agilità e minor fatica. Fu in questo periodo, siamo nel 1915, che Claudio scoprì la sua passione per l'arte, soprattutto per la scultura, scolpendo le sue prime opere. |
| Nel novembre 1917, a 17 anni, il bando Cadorna lo precettò per un servizio paramilitare. Lavorò prima a Susegana, poi a Isola Vicentina. Congedato al termini della prima guerra mondiale, fu nuovamente richiamato in servizio di leva, che disimpegnò a Roma, Napoli, Bologna e in Albania. Durante questo periodo si distinse tra i commilitoni per l'esemplarità che gli meritò la stima di tutti. Congedato definitivamente il 18 ottobre 1921, tornò in famiglia e il riprese mestiere di muratore per riparare le case danneggiate dalla guerra. Nel novembre 1917, a 17 anni, il bando Cadorna lo precettò per un servizio paramilitare. Lavorò prima a Susegana, poi a Isola Vicentina. Congedato al termini della prima guerra mondiale, fu nuovamente richiamato in servizio di leva, che disimpegnò a Roma, Napoli, Bologna e in Albania. Durante questo periodo si distinse tra i commilitoni per l'esemplarità che gli meritò la stima di tutti. Congedato definitivamente il 18 ottobre 1921, tornò in famiglia e riprese mestiere di muratore per riparare le case danneggiate dalla guerra. Contemporaneamente diede notevole impulso alla sua vena artistica, sia di pittore che di scultore, tra l’ammirazione dei suoi coetanei e del suo parroco. Per interessamento di quest'ultimo, nel 1922, si iscrisse ad una scuola d'arte di Conegliano (Treviso) e nel 1923 frequentò la Scuola d'Arte privata « Rinaldo Contardo » di Venezia, facendo in un anno due corsi corrispondenti ai primi due anni dell'odierno Liceo Artistico, subendo poi l'esame per l'ammissione al terzo corso. Dal 1923 al 1925 continuò i suoi studi presso il liceo artistico all'Accademia di Venezia, ottenendo al termine, con il diploma di maturità artistica, il titolo di professore di disegno. Passò quindi all'Accademia di Belle Arti della città lagunare e dopo quattro anni, nel 1929, conseguì il suo secondo diploma con il massimo dei voti e il titolo di professore di scultura. Nel corso degli studi accademici, Riccardo Granzotto, oltre ai lavori assegnatigli dalla scuola, ebbe a compiere non poche opere di scultura.
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Sorsero in questo periodo le sue note statue: L'anima e la sua veste, l'acquasantiera per la chiesa parrocchiale di S. Lucia, la disperazione di Giuda. Una volta laureato, gli incarichi si succedettero e Claudio costruì il proprio laboratorio in famiglia; ma la sua vita era, nel frattempo, come trasformata. Laborioso, sempre contento, in armonia con tutti, disimpegnava i suoi doveri religiosi. Pregava nel suo laboratorio, frequentava la chiesa, l'Azione Cattolica, la Canonica, con qualche svago in motocicletta o al gioco delle bocce. Nessuna estrosità o mondanità, leggeva molto, sempre molto riservato, si iscrisse all'Opera della Regalità, del tutto disinteressato delle questioni politiche, lavorava come un contemplativo. Ma, mentre dinanzi allo sguardo del giovane professore brillava uno splendido avvenire, Riccardo sentiva in se la grazia di Dio che gli ispirava il senso della religiosità dell'arte e della pietà cristiana. Furono note a quel tempo le notti passate in preghiera nella chiesa parrocchiale, sentendo sempre di più il desiderio di abbracciare la vita religiosa. L'occasione prossima, che lo condusse alla scelta definitiva, fu però la bocciatura del suo lavoro La Volata per il Foro Mussolini di Roma, che gli fu respinto dopo essere stato accolto ed approvato solo perché erano cambiati i criteri della commissione. Allora Riccardo si rese conto, che il mondo non era fatto per lui. Nella Quaresima del 1932 ebbe un provvidenziale incontro con p. Amadio Oliviero, francescano, che predicava nella parrocchia. Fra i due si instaurò una forte amicizia che portò Granzotto alla vocazione francescana come scrisse più tardi: «Vinto dal Signore e superando l'opposizione, gli insulti e l'ironia degli amici e degli ammiratori, declinando, sull'esempio di san Francesco d'Assisi, l'invito ad essere sacerdote, il 7 dicembre 1933 entrò nell'Ordine dei Frati Minori, a S. Francesco del Deserto, nella laguna veneta ». A partire dall'ingresso in convento, Riccardo prese a lavorare con grande impegno e successo. Durante l'anno di probandato costruì la Grotta di Lourdes e scolpì la statua dell'Immacolata, a Chiampo (Vicenza). Il 7 dicembre 1935 fu ammesso al noviziato come fratello laico, non volendo essere avviato al sacerdozio come gli era stato proposto. |
  | In quest'occasione gli venne imposto di chiamarsi Fra Claudio. L'8 dicembre 1936 gli venne consentito di emettere la professione religiosa con i voti semplici, dopo di che fu mandato al convento di S. Francesco di Vittorio Veneto (Treviso), dove diede esempio di virtù e spirito di fraternità. Contemporaneamente si adoperò a costruire tre grotte di Lourdes, a servire gli infermi, assistere i sacerdoti celebranti, rabberciare i muri dei conventi disastrati dalla guerra, aiutare il cuoco, lavare le stoviglie e sostituire il portinaio nelle ore più disagiate. Con tutto questo lasciò in numerosi conventi del Veneto, e specialmente in quelli della provincia di Vicenza, tracce indelebili della sua opera di eccelso artista e confratello. In fra Claudio natura e grazia, arte e santità erano intimamente fuse, almeno nella fase più matura della sua opera e della sua vita. Era convinto che Dio si serve della materia, la fa palpitare, la fa parlare di Se per mezzo degli artisti. « Sapesse, Padre, quante preghiere ho recitato scolpendo le due statue del S. Antonio e del Cristo morto... Quando vedevo di non riuscirvi, mi mettevo in ginocchio nel laboratorio a pregare e meditare fino a che sentivo una forza, una volontà nuova in me. II 5 agosto 1947, dopo un periodo in cui fra Claudio aveva mostrato di deperire e dopo che negli ultimi giorni accusava sbandamenti, un medico di Arzignano gli riscontrò un tumore al cervello, per cui ne consigliò il ricovero immediato a Padova, cosa che avvenne dopo tre giorni. Claudio che aveva scritto: « Signore, quando mi farai dono delle spine, avrò la certezza che il sacrificio della mia vita è stato da te accettato », non perse la serenità, ma accettò il dono conclusivo con cui Cristo volle testimoniargli la sua predilezione, avendo inserito nel suo Regolamento di vita: «... Quando sarò ben disposto e preparato... chiederò al buon Dio un'altra grazia, la quale è il dono più prezioso che Lui possa dare alle anime fedeli Sue, ed è questa: essere crocifisso nel corpo e nell'anima consumandomi incessantemente nel Suo martirio di amore ». Infatti, il male era giunto ad un punto tale che dopo soltanto una settimana, esattamente il 15 agosto 1947, giorno dell'Assunzione di Maria nel cielo, spirò nell'ospedale civile di Padova, circondato da una vivissima fama di santità. Le sue spoglie mortali, dapprima sepolte a Vittorio Veneto nel cimitero cittadino, nella tomba dei Padri Francescani, il 31 maggio 1951 furono trasferite al Santuario Madonna della Pieve di Chiampo, via Pieve, 86, e inumate ai piedi della Grotta di Lourdes da lui costruita, divenuta, secondo la promessa di fra Claudio, « luogo di preghiera e di incontro con Dio per tanta gente. Nel decennale della morte di Claudio, il 15 agosto 1957, ebbe luogo la benedizione del nuovo Museo a Chiampo che raccoglieva le sue memorie. Con la sua vita di artista, di francescano e di fedeltà al Vangelo fra Claudio trasmette un messaggio di gioia e di speranza soprattutto come scultore di se stesso: «Mi sono dato tutto a Gesù. Ciò mi e costato tanta fatica... Bisogna lasciarci lavorare da lui, altrimenti la nostra vita è vissuta invano. Il 20 novembre 1994, Claudio Granzotto è stato proclamato Beato da Papa Giovanni Paolo II |
 |  | DOMENICA 20 NOVEMBRE 1994 - SOLENNITA' DI CRISTO RE - Omelia di Giovanni Paolo II durante la solenne celebrazione eucaristica per le beatificazioni. | Cristo è il futuro del mondo “Sei veramente re? (cfr Gv 18,37) – chiede Pilato. Analoga domanda pongono i vari “Pilato” dei nostri giorni. Quanti sono, quanti anche nel nostro XX secolo, coloro che hanno preteso di giudicare e di condannare a morte Cristo? Il Signore, oggi come allora, risponde, indicando quanti ascoltano la sua voce – quanti “sono nella verità”. Indica anche i nostri beati odierni. In essi, infatti, si è realizzato e manifestato il suo Regno”.… L’amore per Cristo, “Figlio dell’Uomo”, ed il servizio al Regno di Dio, risplendono in modo singolare nella vita del Beato Claudio Granzotto. Ultimo di nove figli, imparò in famiglia il timore di Dio, la sincera pratica della vita cristiana, la generosa solidarietà, la disponibilità al sacrificio e l’amore al duro lavoro dei campi. Grazie alla sua docilità allo Spirito e ad una così incisiva educazione familiare, l’esistenza terrena di Claudio Granzotto divenne pellegrinaggio costante verso la santità fino alle vette della perfezione evangelica. Autentico figlio del Poverello di Assisi, seppe esprimere la contemplazione dell’infinita bellezza divina nell’arte della scultura, di cui era maestro, rendendola strumento privilegiato di apostolato e di evangelizzazione. La sua santità rifulse soprattutto nell’accettazione della sofferenza e della morte in unione alla croce di Cristo. E’ diventato così modello per i Religiosi nella totale consacrazione di sé all’amore del Signore, per gli artisti nella ricerca della Bellezza di Dio, per gli ammalati nell’amorevole adesione al Crocifisso. |

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| | A Chiampo, “oasi e feudo di Maria” (Card. Piazza), fra Claudio costruì la magnifica Grotta di Lourdes di proporzioni identiche a quella dei Pirenei e vi pose la statua dell’Immacolata che scolpì dopo una visione mistica. Aveva previsto un crescente flusso di pellegrini: “qui verrà molta gente a pregare”. Stava preparando il volto di Gesù coronato di spine, quando la sua mano si fermò per un tumore al cervello. In quegli istanti gli tornarono alla mente le parole di santa Bernardetta: “Gesù ai suoi amici dà la corona di spine sulla terra. Non cercate di meglio”. Sentiva di averla ricevuta anche lui. La malattia di Fra Claudio durò fino al 15 agosto 1947 quando nella clinica neurologica di Padova, all'età di quarantasette anni, chiuse il suo ciclo di sacrifici per passare nel regno della luce. Aveva predetto: “per l’Assunta me ne andrò”. La vergine Assunta prese la sua anima eletta e la presentò a Dio Padre per la piena glorificazione. Egli, dal cielo mantiene la promessa: “Aiuterò e Consolerò tutti”. |

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